Il gufetto che legge

Sapete cosa ho scoperto? Che il gufetto che sta sulla mia libreria legge i libri. Vi sembra strano eh? Adesso vi racconto com’è andata. Qualche notte fa mi sono alzato per fare la pipì. Appena uscito dalla camera mi è sembrato di sentire un rumore  provenire dallo studio. Così mi sono fermato e ho aperto bene le orecchie. Dopo qualche secondo ecco di nuovo il rumore: era qualcuno che rideva. Allora sono entrato nello studio in punta di piedi. Appena superata la porta ho visto una luce sulla libreria. Quando sono stato abbastanza vicino mi sono accorto che era il gufetto, con la mia pila accesa e un libro aperto. Ecco che di nuovo l’ho sentito ridere. Non potevo credere ai miei occhi né alle mie orecchie.
“Divertente?” ho chiesto senza alzare troppo la voce. Ma il gufetto si è spaventato e sussultando ha fatto cadere il libro e rotolare la pila. Appena ritrovato l’equilibrio si è girato verso di me con le ali sui fianchi e gli occhi quasi chiusi. Aveva sul becco un paio di occhiali tondi che lo rendevano molto simpatico. Ma lui rimettendo a posto la pila mi ha detto un po’ arrabbiato:
“Ti pare questo il modo di spaventare la gente?” Al che io ho ribattuto:
“Ti sembra questa l’ora di leggere?”
E poi ci siamo messi a ridere.
“Che cosa stai leggendo di così divertente?” chiesi al gufetto.
“Un racconto di un certo Astolfo Boffani” mi ha risposto guardando il libro a terra.
“E da quando ti piace leggere?” chiesi raccogliendo il libro.
“Eh… Da un bel po’. Ho già letto tutti questi libri e stasera stavo ricominciando da capo” mi ha detto come se fosse la cosa più normale di questo mondo.
“Ma non c’è bisogno, ne ho ancora tanti nell’altra stanza” ho detto subito, pensando però che forse stavo solo sognando.
“Ah, grazie… come ti chiami?” mi ha chiesto.
“Astolfo… Boffani” ho detto arrossendo un po’, ma forse al buio non si è visto. “Ah… Quello del racconto? Be’ complimenti!” ha detto mettendo le ali dietro la schiena.
“E tu hai un nome?” ho chiesto a mia volta.
“Certo. Sono Amilcare Dionisio Occhitondi” ha risposto il gufetto con un inchino.
“Be’ Amilcare Dionisio” ho detto dopo aver fatto un inchino anch’io “io ora devo proprio andare in bagno e poi tornare a letto. Tu se vuoi puoi dare un’occhiata ai libri nell’altra stanza”.
“No, grazie” ha detto lui sbadigliando “lo farò domani. Fra poco farà giorno e mi metterò a dormire”.
“D’accordo. Allora buona notte” gli ho augurato.
“Buonanotte” mi ha risposto rimettendosi a leggere. La mattina seguente, dopo essermi alzato e aver fatto colazione, sono andato nello studio per fare un saluto al gufetto. La scena che ho visto sulla libreria mi ha intenerito: il libro era chiuso e la pila spenta; Amilcare Dionisio russava leggermente, con gli occhi non del tutto chiusi e gli occhiali ancora sul becco.

La Pendola Matrona

In un grande salone di un palazzo antico vivevano insieme tre pendole, quattro orologi e dodici sveglie. Se ne occupava ogni mattina il signore del palazzo, ma a parte dare la carica o una veloce spolverata, non faceva altro.
Quella che invece faceva in modo che tutti facessero l’ora giusta era la Pendola Matrona. Nessuno l’aveva incaricata di svolgere quel compito, ma era la più antica e quindi aveva molto da insegnare; in particolare su come segnare il tempo senza sgarrare di un secondo, neanche quando la carica stava per finire.
Svolgeva il suo compito con perfetta regolarità. Ogni mezz’ora richiamava all’ordine ogni sveglia, pendola e orologio presente nel salone. Diceva di darsi una mossa a chi restava indietro e di non correre a chi andava avanti. Se uno o l’altra non ticchettava al ritmo del suo pendolo, contava ad alta voce ogni secondo che passava finché l’altro non ritrovava il giusto passo. Ma chi si era fermato se la passava davvero brutta. Veniva richiamato a suon di rintocchi assordanti e poi obbligato ad ascoltare la Pendola Matrona che raccontava ancora una volta che lei, da quando era nata, non aveva mai ceduto alla fatica e sempre aveva trovato la forza per essere precisissima.
Le altre due pendole la ammiravano grandemente. Una diceva che voleva diventare come lei, l’altra che sarebbe diventata anche più brava ascoltando i suoi consigli. Fra gli orologi e le sveglie c’era chi non la sopportava, chi non se la prendeva più di tanto e chi avrebbe voluto prendere il suo posto. Ma al di là di tutto questo, la vita nel salone continuava come sempre, segnando il tempo senza troppe sorprese.
Una mattina di giugno però successe qualcosa di strano. Uno degli orologi svegliandosi si rese conto che erano già le 8.15, secondo più secondo meno. Gli sembrò strano visto che solito il primo controllo dell’ora e del ticchettio avveniva alle 6 in punto. Allora bisbigliando chiamò la sveglia vicino a sé, che a sua volta svegliò l’orologio a fianco e in pochi secondi furono svegli tutti quanti. Tranne la Pendola Matrona… Che mai sarà successo, chiedeva l’una all’altro. È stata male, dicevano le pendole. Le è preso un colpo, disse una sveglia. Ormai è vecchia, osservò un orologio. Che si fa, chiesero altri. Furono tutti concordi nel dire che bisognava svegliarla trovando il modo giusto perché non si arrabbiasse. Ma non servì perché sentirono che la Pendola Matrona sbadigliava e subito dopo diceva con voce assonnata “Controllo delle sei”.
“Ma… veramente…” disse una delle pendole “sarebbero le 8.20…”.
“No, è impossibile” disse la Matrona svegliandosi del tutto “vi state sbagliando”.
“No, guardi…” azzardò un orologio.
“Silenzio!!” rintoccò furibonda la Matrona “In tutti questi secoli non ho sbagliato di un solo secondo! E quindi senza discutere vi regolerete sulle ore 6, 2 minuti e 25 secondi!”. E uno dopo l’altra tutti quanti obbedirono.
Qualche minuto più tardi, entrò nel salone come ogni mattina il signore del palazzo. Fu stupito di vedere che pendole, orologi e sveglie segnavano le 6.10, perché il suo orologio da taschino faceva le 8.30. Non sapeva che pensare. Ma dopo qualche istante decise che era meglio regolare l’orologio sull’ora della Pendola Matrona, perché sapeva che era sempre giusta. “E visto che è ancora così presto” disse poi ad alta voce “torno a letto a sonnecchiare ancora un po’”.

Zannino

Questa  è  la  storia  di  un elefantino  di  nome  Zannino, che scoprì  per  caso  di  amare  il disegno  e  di  essere  molto bravo,  perché  i  suoi  disegni piacevano non solo alla sua mamma  e  agli  elefanti  del branco,  ma  anche  agli  altri animali. Beh,  a  dire  il  vero  non  fu proprio  per  caso  Zannino scoprì  il  suo  amore  per  il disegno,  ma  sicuramente  in modo  inaspettato. Un  giorno,  mentre  stava facendo  il  bagno,  vide  in lontananza  alcuni  elefantini  più grandi  fare  un  gioco  che sembrava  molto  divertente: lanciarsi  a  tutta  velocità  su uno  scivolo  di  terra  e  poi tuffarsi  nel  fiume. Allora chiese  alla  mamma  il  permesso di  andare  a  vedere  più  da vicino.  La  mamma  lo  lasciò andare,  ma  gli  raccomandò  di stare  solo  a  guardare,  perché era  ancora  troppo  piccolo  per un  gioco  del  genere. Zannino era  così  impaziente  di  arrivare che  correndo  a  tutta  velocità lungo  l’argine,  finì  per inciampare  in  un  grosso  sasso. Perdendo  l’equilibrio  ruzzolò lungo  tutto  lo  scivolo  e  poi cadde  dentro  il  fiume. Subito, gli  altri  elefantini  corsero  ad aiutarlo  e  lo  accompagnarono  a riva.  Lui  piangeva naturalmente,  per  lo  spavento e  certo  per  qualche  botta.  Ma pianse  ancora  di  più  quando un’elefantina  gli  fece  vedere  la zanna  che  aveva  perso cadendo.  La  prese  lentamente con  la  sua  piccola  proboscide  e poi  singhiozzando  disperato  la lasciò  ciondolare  sul  terreno. Dopo  qualche  minuto  arrivò  la sua  mamma  e  vedendo  che cosa  era  successo,  cominciò  a coccolare  Zannino  e  a  fargli carezze  sulla  testa.  Ad  un certo  punto  notò  che  la  zanna ciondolante  del  figlioletto lasciava  dei  segni  che assomigliavano  tanto  alle  onde create  dalla  corrente  del fiume.  La  cosa  le  piacque  tanto e  la  fece  notare  a  Zannino.  Il piccolo  elefante  smise improvvisamente  di  piangere. Vedendo  ciò  che  aveva  fatto sorrise  e  fece  un  piccolo barrito  di  gioia.  Poi, armeggiando  di  nuovo  sul terreno  con  la  sua  piccola zanna,  disegnò  se  stesso  con  le gambe  all’aria.  Quando  ebbe f inito  gli  altri  elefantini  intorno a  lui  mormorarono  meravigliati; e  così  il  resto  del  branco  che  si era  avvicinato.  Non  si  era  mai visto  un  elefante  che  sapesse disegnare.  Quindi  decisero  di fare  subito  una  grande  festa.
Da  quel  giorno  Zannino cominciò  a  disegnare  tutti  i giorni.  I  primi  tempi  continuò  a farlo  sul  terreno  in  riva  al f iume.  Poi  si  accorse  che intingendo  la  sua  piccola  zanna nel  fango  poteva  fare  disegni sulle  pietre  e  sugli  alberi  e  lì potevano  essere  ammirati  per molti  giorni.  Un  giorno  scoprì anche  di  poter  disegnare  con diversi  colori:  bastava schiacciare  un  po’  di  erba  e otteneva  il  verde,  da  fiori  e frutti  ricavava  il  giallo, l’azzurro,  il  rosso  e  tanti  altri colori.
Col  passare  degli  anni  diventò sempre  più  bravo,  tanto  che molti  in  tutta  la  regione parlavano di  lui.  Altri  invece, seguendo  il  suo  esempio, iniziarono  a  disegnare.  Avevano trovato  un  modo  per  rendere ancora  più  bello  il  mondo  dove vivevano.

Il nido

“Chissà com’è farsi il nido fra i rami di un albero…” si chiese la passerotta abituata a farlo sotto le tegole di un tetto. “Devo chiedere alla mamma appena la vedo”.
“Ah non lo so” disse la madre alla figlia quando si incontrarono “io e tuo padre l’abbiamo sempre fatto dove ora lo fanno tutti e dove lo fai anche  tu, sotto il tetto dei nidi degli umani”.
“Non avete mai provato a fare un nido su un albero?” chiese allora la passerotta.
“E perché avremmo dovuto farlo?” disse la madre con le ali sui fianchi “Qui sotto siamo al riparo dalla pioggia, dal vento, dal sole quando scotta e i piccoli sono protetti. Sarebbe un po’ da stupidi rinunciarci, non credi?”.
“Forse sì…” disse pensierosa la passerotta “Ma mi chiedo se i nidi degli umani  siano sempre stati fatti così”.
“Ah questo devi chiederlo al vecchio Passero Cantastorie” disse la mamma mentre spiccava il volo “lui ne sa certo più di tutti sugli umani”.
“Cosa ne so degli umani!?” disse il cantastorie sgranando gli occhi “Probabilmente anche più di loro. Ho raccolto tante di quelle storie che per raccontarle tutte avrei bisogno di decine e decine di vite. Ma perché ti interessano tanto?”.
“Mi interessa sapere se i loro nidi sono sempre stati così”  rispose la passerotta.
“E perché mai dovrebbe interessarti?” disse il cantastorie solleticandosi  sotto il becco “Vuoi fartene uno anche tu? Così grande?!”.
“No, non è per quello” rispose ridendo la passerotta “solo vorrei sapere se il popolo dei passeri ha sempre fatto il nido sotto i loro tetti”.
“E quando lo sai che cosa cambia?” chiese il cantastorie grattandosi la testa.
“Forse niente” rispose la passerotta dondolando un po’ sulle zampette “ma mi è venuta la curiosità di sapere com’è farsi il nido tra i rami di un albero, come fanno tanti altri uccelli”.
“Ah, potevi dirlo subito!” disse il cantastorie dandosi un colpetto d’ala sulla fronte “Non servivano tanti giri di parole. Farsi un nido su un albero richiede un po’ di lavoro in più, ma anche noi passeri un tempo li facevamo tra i rami”.
“E perché adesso non li facciamo più?” chiese la passerotta quasi interrompendo l’altro.
“Perché dovremmo rinunciare a tutte le nostre comodità!” disse Passero Cantastorie aprendo le ali “Tu lo faresti?”.
“Credo di sì” rispose la passerotta dopo aver fatto sì con la testa alcune volte.
“Ah sì?” chiese l’altro socchiudendo gli occhi.
“Sì” disse convinta la giovane.
“Sì…, in effetti tu potresti farcela” disse il vecchio passero dopo aver sorriso per qualche istante in silenzio “il coraggio non ti manca”.
Dopo qualche momento di riflessione, disse a gran voce: “E allora avanti, provaci mia cara! Potresti addirittura dimostrare che non è poi così difficile tornare a farsi il nido come un tempo. E anzi sai cosa ti dico? Se ci provi ti aiuterò molto volentieri! Scegli l’albero e domani ci mettiamo al lavoro.”

La campana del vento

Ho un buon rapporto con il vento, mi fa cantare e sperimentare armonia più di chiunque altro. Certo qualche volta esagera e mi sento un po’ troppo sballottata. Il canto non è male, ma si fa più frenetico e rapido e subito dopo mi sento stanca.
Molto meglio la brezza che soffia leggera, delicata, senza mai spingere. Con lei il canto è tranquillo, fatto di note sparse, di suoni allungati, di pause. E poi è come se fossi su un dondolo, ondeggio pian piano e mi rilasso.
Fosse per me starei sempre con la brezza o al massimo con il vento non troppo forte. Ma d’altronde bisogna prendere quello che viene, non è che basta pensare intensamente ed ottengo il soffio che mi fa stare meglio. C’è da ringraziare la rosa dei venti quando posso cantare e risuonare, perché a volte non c’è il più piccolo soffio d’aria.
Mi è capitato, per fortuna poche volte, di avere a che fare con venti molto forti. Mi hanno spinto di qua e di là, mandato a sbattere contro il ramo a cui ero appesa e più che cantare mi hanno fatto urlare di paura. Una volta sono stata suonata da una tromba d’aria: mi ha fatto vorticare come una trottola. È durato pochi secondi, per fortuna, ma alla fine vedevo girare tutto. Per parecchi minuti non ho capito più dov’ero, né che cosa fosse successo. Poi mi sono ricordata di averla sentita ridere mentre diceva: “Adesso ti faccio fare un bel giro”. Be’ io non mi sono divertita per niente. Spero proprio di non fare mai più un incontro del genere.
Una mia amica che vive sulle coste dell’America mi ha raccontato che anche lei ha incontrato una tromba d’aria. Solo che dalle sue parti la chiamano tornado e a quanto pare è molto, molto più forte. Talmente forte che la mia amica, più che vorticare, è stata trasportata per chilometri e chilometri. E poi si è ritrovata sbattuta in cima ad un fienile in un posto sconosciuto. Beh, direte voi, almeno è atterrata sul morbido. Sì, ma che spavento! Poi tutto si è risolto bene perché un bambino l’ha trovata e, aggiustata qualche ammaccatura, l’ha appesa sotto il portico della sua casa. In ogni caso è una fortuna che io abiti da queste parti. E da quando ho saputo di quella brutta avventura, sono molto felice se posso cantare accarezzata dalla brezza e cerco di non lamentarmi troppo se capita di essere sballottata da un vento un po’ più irrequieto.

(2014)

La Rosa di Gerico

Ah, quanta gente conosco nel corso degli anni! Quante famiglie incontro di generazione in generazione! Un sacco di persone conosco nel corso della mia vita. Sempre che sia vero quello che si dice su di me… Chi sono?! Oh scusate, non mi sono presentata, io sono la Rosa di Gerico. Cosa si dice su di me? Che… Sono eterna! Che non muoio mai! Perché?! Ma io non lo so il perché! E sinceramente non mi interessa granché saperlo. Il fatto è che io sembro tutta rinsecchita e appallottolata senza vita, ma basta darmi un goccio d’acqua, anche a distanza di settimane e addirittura di mesi, e io rinasco, mi apro, mi stendo, sgranchisco i miei rametti e mostro a chi mi guarda tutto il verde che racchiudo. Poi quando l’acqua si esaurisce, torno a sembrare un cespuglietto rotondo e secco, una specie di palla un po’ bruttina secondo qualcuno. Ma quest’idea della palla a me non piace molto, perché quando sono chiusa io mi vedo più che altro… fatta a forma di cuore. Non trovate? In effetti mi sento un cuore che sta sempre in ascolto ed è pronto ad aprirsi quando qualcuno glielo chiede. Che sia chiusa o che sia aperta io sento tutto quello che succede intorno a me. Sembra che io sia ferma, muta e immobile, ma mi accorgo proprio di tutto. So se c’è qualcuno che sta male, qualcuno che scoppia di gioia, qualcuno che alza la voce o che dice parole gentili a qualcun altro. Potrei raccontarvi un sacco di storie se aveste molto tempo, anzi moltissimo tempo, per ascoltarle. Sì, perché finora sono passata tra le famiglie di almeno dieci generazioni e tutte mediamente numerose, con figli, sorelle, nipoti, cugini, zie, pronipoti. Quindi immaginate quante storie avrei da raccontare, ma visto che il tempo è sempre limitato, cercherò di raccontarvene almeno una.
In una grande veranda luminosa, vivevano con me un ciclamino e una primula. Non provavano molta simpatia l’uno per l’altra; almeno così sembrava, perché non passava giorno che non discutessero e litigassero per le cose più stupide di questo mondo. A turno, improvvisamente, ognuno diceva che cosa credeva riguardo a questo o a quello, e puntualmente l’altro ribatteva che credeva esattamente l’opposto. E andavano avanti per minuti e minuti, a volte per ore, a difendere il proprio pensiero e a dire “tu non capisci che”, “cosa vuoi mai sapere tu”, “non stai sul filo del ragionamento”, “sei semplicemente una bastian contraria”, “sei un ipocrita” e via di questo passo. Per me, che ero proprio in mezzo ai loro vasi, era un vero strazio, finché arrivata al limite della sopportazione cominciavo a cantare a squarciagola una filastrocca senza senso e riuscivo a far smettere quel ping pong di parole e di voci. “Ma possibile che voi due” dissi arrabbiata un giorno “su ogni argomento che prendete in considerazione la pensiate uno l’opposto dell’altra? Non vi viene mai l’idea, il pensiero, il dubbio che qualche volta potreste pensarla allo stesso modo?”. “Be’…” iniziò a dire il ciclamino “sì… qualche volta…”. “No…” disse invece la primula “sempre, se si tratta di un argomento specifico…”. “Sì, in effetti su un solo argomento siamo pienamente d’accordo” rincalzò il ciclamino. Poi visto che si guardavano di sottecchi e non dicevano niente chiesi un po’ stizzita: “Qual è questo argomento? Me lo volete dire?”. Loro si guardarono di nuovo e poi in coro risposero così: “Che tu dovresti lasciarci discutere e litigare in pace e se questo ti dà fastidio fatti portare in un’altra stanza!”.
Be’… era l’ultimo argomento a cui avrei pensato, ma finalmente avevano espresso entrambe lo stesso pensiero. Un’ora dopo, non ci crederete, Anselmo – a quel tempo bambino di sei anni, oggi nonno di sei nipoti – mi prese e mi portò in giardino. Mi mise al centro di un bellissimo tavolo posto sotto una grande magnolia. All’aria aperta capite! E lì sono ancora oggi, in amabile compagnia della luce del sole e della frescura della pioggia.

23 febbraio 2014

La tartaruga e lo scarabeo

Nel grande giardino di una casetta costruita nel bosco, viveva da molto tempo una tartaruga. Faceva una vita molto tranquilla, pienamente soddisfatta. Passava le sue giornate andando a passeggio di qua e di là senza mai uscire dal recinto che circondava il giardino; di cose da vedere ce ne erano a sufficienza senza bisogno di avventurarsi nel bosco. Quando aveva fame bastava che si dirigesse verso l’orto, dove poteva trovare tutto ciò che voleva e che le piaceva. Be’, non proprio tutto, perché poteva cibarsi solo delle verdure che si trovavano al di fuori della rete che proteggeva il resto dell’orto, riservato ai padroni di casa. Quando poi si sentiva stanca e aveva voglia di dormire si fermava in un qualsiasi punto del giardino e si ritirava nella sua corazza.
A volte era talmente stanca che capitava si addormentasse a pochi centimetri da dove aveva appena fatto i suoi bisogni. L’inconveniente era che il loro odore, non certo gradevole, la faceva risvegliare prima del tempo. Una di quelle volte però le capitò di risvegliarsi come se avesse dormito per tutto il tempo necessario. Ne fu sorpresa e quindi si girò a guardare dietro di sé: si accorse in effetti che i suoi bisogni erano già spariti. Forse i padroni di casa avevano già fatto pulizia, pensò la tartaruga. Mentre faceva questo pensiero vide con la coda dell’occhio uno scarabeo che correva all’indietro a tutta velocità spingendo con le zampe posteriori una pallina scura grande più del doppio di lui. Che sta facendo quello, si chiese la tartaruga. Cose strane succedono oggi nel mio giardino, si disse mentre continuava a guardare lo scarabeo che si allontanava e decise che avrebbe indagato. Andò a dormire presto quella sera così da essere sicura di non addormentarsi il giorno dopo. Svegliatasi di mattina presto, si nascose fra l’erba alta, in un punto in cui poteva tenere d’occhio gran parte del giardino. Non passò molto tempo quando vide giungere lo scarabeo, stavolta camminava in avanti. Girò un po’ per il giardino in cerca di chissà cosa. Poi, visto che non trovava ciò che cercava, si diresse verso il retro della casa ed entrò in una specie di vasca dove i padroni mettevano i bisogni della tartaruga, forse in attesa di liberarsene tutti insieme. Dopo qualche minuto ecco lo scarabeo uscire da quella vasca spingendo una pallina scura, ancora più grande di quella del giorno prima. A quel punto la tartaruga uscì pian piano dal suo nascondiglio e urlò lentamente allo scarabeo: “Ehi tu, che cosa fai con i miei bisogni?”. “Per ora mi diverto un mondo a farli rotolare!” rispose lo scarabeo salutando allegramente. Tempo pochi secondi e la tartaruga lo vide sparire oltre il recinto del giardino. Veloce come il vento, pensò la tartaruga, domani bisogna che lo fermi prima che vada nella vasca.
Il giorno dopo, appena sveglia, la tartaruga fece provvista di cibo e si piazzò proprio davanti alla vasca dei bisogni. Quando arrivò, lo scarabeo salutò cordialmente la tartaruga, ma non diede l’idea di volersi fermare. A quel punto la tartaruga riuscì a bloccarlo con una zampa e con voce non troppo gentile disse: “Si può sapere che ne fai dei miei bisogni?”. Lo scarabeo con voce un po’ strozzata rispose: “Te l’ho detto ieri, mi diverto a farli rotolare”. “Sì, ho capito” insistette la tartaruga “Ma poi cosa ne fai?”. “Beh, che domande, ci costruisco la mia casa!” rispose lo scarabeo cercando di alzare un po’ la voce. La tartaruga, lasciando libero l’insetto, cominciò a ridere a crepapelle, tanto da non riuscire a completare ciò che voleva dire: “Tu… Ah ah ah… Costruisci… Ah ah ah… Con la mia cac… Ah ah ah…”. “Be’, cara mia, sapessi quanto è resistente e sicura” rispose lo scarabeo mentre la tartaruga continuava a ridere a più non posso “Tanto tu non la usi più e non so cosa possano farsene i tuoi padroni. Io riesco a farmi una casa. Certo non ha un gran odore, anche se un po’ passa, ma almeno tiene ben lontano ladri e scocciatori!”

24 febbraio 2014

Fransisco e Barro

Il giorno era iniziato. Il sole cominciava a illuminare tutte le cose. Gli insetti, gli uccelli, le scimmie e gli altri animali erano in attività già da quando il cielo aveva cominciato a rischiararsi. C’era chi invece non aveva la minima intenzione di svegliarsi: il bradipo, socchiudendo ogni tanto gli occhi, si era reso conto dell’inizio del nuovo giorno, ma continuava a sonnecchiare a cavalcioni del ramo su cui si era messo la sera prima. Ad un certo punto sentì che qualcosa lo colpiva sulla testa e una vocina rapida, familiare e assolutamente antipatica gli dava il tormento:
“Ehi Fransisco! Non è ora di alzarsi? Non vedi che il sole è già alto? Su forza, in piedi! Non è più tempo di dormire!”.
Al che il bradipo, con somma calma, non fece altro che mettersi sotto il ramo su cui stava, aggrappandosi saldamente con le sue zampe uncinate per non cadere di sotto.
Non passò molto tempo quando sentì che qualcosa era caduto sulla sua pancia e quel qualcosa aveva la stessa voce che poco prima lo stava tormentando. Alzando la testa e aprendo gli occhi si rese conto che si trattava di Barro, l’amico scoiattolo che ora stava a pochi millimetri dal suo naso. Aveva le guance talmente piene che Fransisco pensò che gli sarebbero scoppiate sul muso.
“Maaaa…” iniziò a dire il bradipo chiudendo di nuovo gli occhi.
Visto che non continuava, due secondi dopo Barro disse a gran velocità:
“Ma cosa? Cosa vuoi dirmi? Ehi? Allora? Guarda che io non ho tutto il giorno per darti retta! Su, sveglia amico mio, dimmi dimmi!”
Inondato da quella mitraglia di parole Fransisco avrebbe voluto rispondere a tono, ma preso un bel respiro riuscì a dire ciò che voleva dire con la sua solita lentezza:
“Com’è che hai le guance così gonfie? Non vorr…”
Senza dargli tempo di continuare, lo scoiattolo con tono un po’ risentito rispose a raffica:
“Be’ caro mio, è già dall’alba che io lavoro! Non ho mica tempo da perdere io, ho una famiglia da sfamare e i miei piccoli non farebbero altro che mangiare. Per cui io, mentre tu continui a sonnecchiare, ho già fatto scorte fino a domani mattina. Vuoi una nocciolina?” disse ficcandosi una zampetta in bocca e allungandola poi verso l’amico bradipo.
Fransisco si rese conto di avere fame, ma visto da dove proveniva l’offerta dello scoiattolo, girò la testa con un certo disgusto.
“Vedi un po’, una in più per me” disse Barro rificcandosi la nocciolina in bocca. Poi girandosi per andarsene aggiunse:
“Be’ amico mio, vorrei restare qui a fare conversazione con te, mi farebbe molto piacere, ma come ti dicevo prima non ho tempo da perdere e quindi è meglio che torni alle mie faccende. Se passo ancora da queste parti ti faccio un fischio. Intanto vedi di alzarti e darti una mossa!”
Fransisco non aveva sentito granché delle ultime parole dello scoiattolo, perché appena questi fece i primi passi, si riaddormentò profondamente; la velocità di parola dell’amico scoiattolo a quell’ora di mattina, lo aveva stancato non poco.
Si risvegliò dopo qualche ora. “Ora sì che il sole è alto su nel cielo” pensò riaprendo gli occhi. Ricordando di aver fame già da un po’, con la sua solita calma afferrò le foglie del ramo a cui era appeso e se le mangiò masticando lentamente e a lungo, tanto lentamente e a lungo che finì per riaddormentarsi.

23 febbraio 2014

Eston e Moma

C’erano una volta un pappagallo e una scimmietta, che si chiamavano Eston e Moma. Erano amici da molto tempo, fin da quando erano piccoli, poiché le loro mamme avevano costruito nido e tana su due rami affiancati dello stesso albero. In effetti anche le mamme erano molto amiche e abitando così vicini i due piccoli si vedevano tutti giorni. Giocavano a fare la lotta, a inseguirsi sui rami dell’albero, a chi faceva il verso più strano. Una volta diventati più grandi preferivano andarsene in giro insieme per la foresta, il più delle volte in volo, con Moma a cavalcioni di Eston. Ogni tanto facevano a gara a chi arrivasse per primo al fiume, il pappagallo volando a tutta birra e la scimmietta saltando fra liane e alberi. Alla fine non vinceva nessuno dei due, perché ogni volta arrivavano nello stesso momento e questo li divertiva molto.
Il gioco che però amavano di più era cantare insieme. Dopo aver volato un po’ o aver corso a perdifiato, si mettevano su un albero e cominciavano a cantare le canzoni imparate dalle loro mamme o da altri animali della foresta. Appena intonavano una canzone intorno a loro si faceva silenzio, tutti fermavano le loro attività e si mettevano in ascolto. Dopo qualche minuto però cedevano al più forte desiderio di unirsi a quel canto. Quello che all’inizio poteva dirsi un concerto di artisti davanti al pubblico, diventava un unico grande coro a cui si univano sempre più voci, facendo vibrare tutta la foresta.
In quelle occasioni i minuti, le ore e le giornate passavano velocemente e la sera sopraggiungeva senza che nessuno se ne accorgesse. Quando Eston e Moma rientravano a casa, le loro mamme li sgridavano per essere tornati così tardi, ma poi sorridevano sapendo che i due giovani, per farsi perdonare, avrebbero cantato una canzone tutta per loro.
Dopo quei momenti di intrecci di voci, la notte passava tranquilla e serena, mentre i grilli e gli altri animali notturni continuavano a cantare sommessamente per non disturbare chi stava dormendo.