Un agnellino

Un mattino un agnellino si svegliò col timore di non trovare più la sua mamma. Che matto sono, pensò, figurati se non ho la mamma. Però non sentiva il suo odore, guardando attorno non la vide lì vicino a brucare l’erba. Si alzò in piedi e cominciò a chiamarla con qualche belato. Vedendo che non arrivava belò sempre più forte e con insistenza. Per quanto è lontana dovrebbe sentirmi, pensava atterrito. Poi si mise a girovagare per il gregge chiedendo ad ogni pecora ed agnello che incontrava se avesse visto la sua mamma. C’era chi rispondeva di no con il muso triste e con gentilezza, chi lo trattava male che aveva già da pensare alla sua di mamma, chi neanche si degnava di dargli una risposta e continuava a brucare con indifferenza. Non riuscendo a sapere niente tra le altre pecore, l’agnellino si rivolse ai cani per avere notizie della sua mamma, ma nemmeno loro ne avevano.
A quel punto il pastore, come ogni mattina, si avvicinò al piccolo orfano e prendendolo in braccio gli porse un biberon pieno di latte che aveva estratto dal tascapane.
Finito di succhiare, confortato da tutte quelle attenzioni e dalle carezze che ricevette, l’agnellino si addormentò beato tra le braccia del pastore.

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L’Ape Onia e l’Ape Pina

(Api bresciane n.0)

L’Ape Onia e l’Ape Pina sono amiche dal primo giorno di scuola per diventare api operaie. Ora è passato tanto tempo, ma ogni tanto gli piace ricordarsi come è andata. Si erano trovate nello stesso banco e appena sedute la più aperta delle due si era presentata subito. “Ciao. Io sono l’Ape Onia” aveva detto allungando una zampina. L’altra, un po’ più timida, aveva risposto con voce sottile: “E io sono l’Ape Pina. Ciao!”
“Sono proprio contenta di cominciare questa scuola” disse l’Ape Onia sorridendo “E te?”
“Insomma…” disse un po’ incerta l’Ape Pina “Io avrei aspettato ancora un po’”
“Perché?” chiese l’Ape Onia.
“Ma…” disse l’Ape Pina dopo aver guardato l’altra senza dire niente “Siamo un po’ in troppe qua dentro”.
“Ma va là!” disse l’Ape Onia dando un colpetto alla compagna “È bello così, così ci possiamo aiutare a vicenda, imparare le une dalle altre”.
Dopo qualche momento arrivò l’insegnante e iniziò la prima lezione.
Appena finita l’Ape Pina chiese sotto voce: “Ape Onia, ma te hai capito tutto di quello che cian detto?”
“Sì, più o meno” rispose l’altra “Perché, te no?”
“Mica tanto” disse l’Ape Pina facendo una piccola smorfia.
“Be’ dai, l’è mia difìcil” ribatté l’Ape Onia. Dopo aver guardato la compagna aggiunse: “Scolta, adesso mangiamo e dopo te lo spiego. Va be?”
L’Ape Pina con un sorriso timido fece di sì con la testolina.
Sa, cos’è che non hai capito?” chiese l’Ape Onia dopo mangiato.
“La differensa tra pistilli e stami” disse sottovoce l’Ape Pina.
“Uè cara, tira fuori la voce che c’è niente da vergognarsi qua, ne” disse innanzitutto l’Ape Onia; poi continuò: “Gli stami sono quelli che cian su il polline, i pistilli no”.
“Va be” disse l’Ape Pina dopo averci pensato un po’ “Ma come faccio a distinguerli?”
“Ma dal polline no? Te l’ho apena detto” disse l’Ape Onia con una certa impazienza. Vedendo che l’altra era un po’ offesa aggiunse: “Vedrai che quando andiamo sui fiori capisci subito”.
Venne il giorno della prima uscita. Tutte le api della scuola erano molto felici perché avrebbero visto come raccogliere il polline e portarlo all’alveare.
“T’è piaciuta la giornata?” chiese l’Ape Onia a l’Ape Pina che rispose tutta contenta: “Sì, tanto”.
“Hai capito adesso cosa ci diceva l’insegnante?” chiese ancora l’Ape Onia.
“Sì, sì, adesso sì!” rispose convinta l’Ape Pina “potrei anche cominciare subito a tirar su il polline”.
“Eh, piano!” disse l’Ape Onia ridendo “c’è da finire la scuola, poi cominciamo”.
“Ma te mi spieghi ancora se non capisco?” chiese l’Ape Pina con voce preoccupata.
“Certo” confermò l’Ape Onia mettendo una zampina sulle spalle dell’altra.

N.B. Invito i recenti iscritti al blog a leggere l’episodio successivo (che però ho scritto prima). Lo trovate qui:
https://parolescritteavoce.wordpress.com/2015/11/28/787/

Zenone e Simirro

Quando il pesciolino Zenone incontrò per la prima volta il pesciolone Simirro gli disse: "Ma come fai ad essere così grande e grosso ed avere una coda e due pinne così piccole?"
Visto che l’altro non rispondeva continuò: "Come fai a nuotare bene con quelle cosine che quasi non si vedono?".
Simirro rimase silenzioso con un sorrisetto furbino sulle labbra.
"Ma tu ce l’hai una voce?" chiese Zenone "Mi vuoi dire come fai a scappare se sei in pericolo?"
Per rispondere a quella domanda il pesciolone partì a tutta velocità scomparendo dalla vista del pesciolino nel giro di pochi secondi. Poi mettendoci lo stesso tempo tornò nel punto in cui era prima. Zenone rimase per un bel po’ con gli occhi e la bocca spalancati per lo stupore.
"Come… Come hai fatto?" chiese quando si riprese.
"Ah, non lo so" rispose Simirro sorridente "so che lo faccio e basta".
"Ciao, sono Zenone" disse in fretta il pesciolino "da oggi voglio essere tuo amico e stare sempre con te".
"Io sono Simirro e sono contento di aver un nuovo amico" ribatté il pesciolone.
"Be’, potrei anche assumerti come guardia del corpo…" disse Zenone fintamente pensieroso "così se c’è pericolo mi aggrappo a te e via veloci come un pesce siluro!"
"D’accordo, mi va bene anche quello" disse allegramente Simirro "Ma sappi che io sono molto più veloce di un pesce siluro!"
"Ma tu guarda a volte nella vita" disse Zenone al pesciolone dopo aver nuotato insieme un po’ "uno pensa di aver visto tutto e poi incontra uno come te".
"Eh, lo so" disse Simirro al pesciolino "Faccio quest’effetto un po’ a tutti. Ma finora nessuno mi aveva detto di diventare amico e guardia del corpo". "Be’, come vedi c’è sempre una prima volta" disse Zenone dando un buffetto al pesciolone. "Ti sarai salvato un mucchio di volte" aggiunse poi.
"Sì, proprio tante" confermò Simirro "Il più delle volte da squali affamati, anche da una piovra gigante una volta!"
"E… hai mai salvato qualcun altro?" chiese Zenone.
"Sì, quando ero più piccolo" raccontò Simirro "ho salvato tutta la mia famiglia da un attacco di orche. Era di notte, dormivamo tutti" continuò dopo qualche istante di silenzio "O meglio, gli altri dormivano, io per qualche motivo ero nervoso e non facevo che rigirarmi. Ad un certo punto ho sentito un rumore. Così mi sono affacciato al nostro rifugio e ho visto che stavano arrivando. Allora ho svegliato tutti in fretta e furia e gli ho urlato di attaccarsi tutti a me. In meno di un batter di pinna eravamo lontani e in salvo".
"Che spavento deve essere stato" commentò Zenone.
"Già" disse Simirro girando gli occhi verso il pesciolino.
"Mi aspetti qui un attimo Simirro?" disse Zenone dopo un po’ che nuotavano in silenzio "Vado dietro quella roccia a fare un bisognino".
"D’accordo ti aspetto" disse il pesciolone.
Nel momento in cui usciva dalla roccia, dopo aver fatto i suoi bisogni, Zenone vide che dall’alto stava scendendo silenziosa una grossa rete e di lì a poco avrebbe imprigionato Simirro. Con tutta la voce che aveva in corpo urlò: "Attento Simirro! Sopra di te! Scappa!"
Senza guardare in su il pesciolone partì a tutta velocità e raggiunse Zenone. Insieme, tutti e due col fiato corto, restarono a guardare la grossa rete che raggiungeva il fondo e poi veniva ritirata verso l’alto.
"C’è mancato poco…" sospirò Zenone. "Già… Ma grazie a te mi sono salvato" disse Simirro dando una piccola spinta al pesciolino. "Sei proprio un amico e anche la mia guardia del corpo!".
"Tu per me e io per te" aggiunse Zenone ricambiando la spinta affettuosa.

Sbrindolo e Jimmy

Un giorno Jimmy fu portato a passeggio da Astolfo nel parco non molto lontano da casa. Arrivando sul posto vide in lontananza un cane che non conosceva. Si diresse immediatamente verso di lui, ma ad un certo punto dovette fermarsi perché il guinzaglio era già tutto allungato. Allora cominciò a chiamarlo: "Ehi tu, vieni qui! Ti voglio conoscere!". Visto che il cane si guardava in giro senza muoversi, Jimmy continuò: "Vieni! Dimmi chi sei che diventiamo amici!". A quel punto l’altro iniziò ad avvicinarsi con passo lento, facendo finta di cercare qualcosa fra l’erba, ma tenendo sempre d’occhio chi lo stava chiamando. Quando furono vicini, dopo l’annusata di rito, si presentarono.
"Ciao! Io sono Jimmy!" disse il primo allegramente.
"Ciao. Io sono Sbrindolo" disse il secondo senza troppa convinzione.
"Come mai non hai guinzaglio tu? Non ce l’hai un padrone?" chiese Jimmy curioso.
"Che cos’è un padrone?" chiese a sua volta Sbrindolo.
"Quello che ti dà una casa, da mangiare, che ti porta in giro, che ti fa le coccole" rispose Jimmy.
"Detto così sembra una bella cosa, ma io faccio tutto da solo" disse Sbrindolo tutto fiero. "Tu perché sei legato?" chiese dopo un po’.
"Perché anche a me piace andare in giro da solo, ma non posso farlo" rispose Jimmy sconsolato.
"Almeno sei sicuro di mangiare bene tutti i giorni" osservò Sbrindolo.
"Perché tu no?" chiese Jimmy.
"No… dipende se trovo qualcosa. A volte vado a dormire affamato" rispose Sbrindolo un po’ triste.
"Perché non vieni con me dopo?" propose Jimmy al nuovo amico "Così ti faccio vedere la mia casa e mangi qualcosa".
"D’accordo!" esclamò tutto contento Sbrindolo "Prima vado a salutare un amico, ma torno subito".
"Se non fossi più qui" disse allora Jimmy "prendi questa stradina che io ti aspetto nel mio cortile, vicino al cancello".
In effetti Jimmy era già andato a casa quando Sbrindolo tornò. Così fece come gli aveva detto l’amico. Quando arrivò in fondo alla stradina vide Jimmy che lo aspettava al di là di un cancello.
"Eccoti!" disse felice Jimmy "Ora chiamo il mio padrone, così ti faccio entrare". E cominciò ad abbaiare finché Astolfo non uscì di casa. Poi cominciò a girare su se stesso davanti al cancello.
"Siamo già andati a fare il giretto" disse Astolfo. Jimmy allora abbaiò ancora girandosi a guardare Sbrindolo fermo sulla strada.
"Ah capisco" disse Astolfo avvicinandosi "vuoi far entrare il tuo nuovo amico".
Mentre stava aprendo il cancello Jimmy andò a prendere la sua ciotola e poi la mise davanti a Sbrindolo.
"Ah, è un invito a pranzo" disse sorridendo Astolfo "D’accordo". E andò a prendere dei croccantini.
Dopo aver mangiato Jimmy e Sbrindolo andarono a bere.
"Spero che tu abbia mangiato bene" disse Jimmy all’amico.
"Proprio bene" confermò Sbrindolo. Poi i due cani si stesero e fecero un riposino.
Circa mezz’ora dopo Sbrindolo si svegliò e disse: "Ora devo andare".
"Ok, ti accompagno" disse Jimmy sbadigliando.
"Senti" aggiunse quando furono davanti al cancello "Visto che io vorrei andare in giro come fai tu e tu vorresti mangiare come mangio io, perché non facciamo un patto?"
"Quale?" chiese curioso Sbrindolo.
"Torna a trovarmi quando vuoi" disse Jimmy "così tu mi racconti dei tuoi giri e io condivido con te il mio pranzo".
"D’accordo! Allora a presto Jimmy!"
"A presto Sbrindolo!"

Jimmy e il tavolo

Qualche giorno fa, visto che era una bella giornata, ho preso una rivista e mi sono messo sotto il pergolato di kiwi per leggerla. Appena sono uscito, Jimmy, il mio cagnetto, mi è venuto incontro. Subito ha preso una delle sue palline e si è messo col musetto fra i miei piedi, per fare uno dei suoi giochi preferiti: lasciarla andare sotto la sedia e poi brontolare finché non la prendo e gliela lancio. Il gioco naturalmente non finisce così, ogni volta si ricomincia da capo. Per farlo smettere, visto che sono uscito per godermi l’aria aperta leggendo qualcosa, gli ho offerto una sedia sulla quale è salito e sceso con la sua pallina una decina di volte prima di calmarsi. La pace non è durata a lungo. Ad un certo punto ho visto Jimmy mettersi seduto e guardare insistentemente il tavolo. Intuendo quali fossero le sue intenzioni gli ho detto un paio di volte “non saltare”, ma non è servito e me lo sono ritrovato sul tavolo. In un primo momento si è avvicinato dandomi qualche leccatina sulla guancia, poi ha fatto qualche passo annusando qua e là e si è mangiato un paio di fiori secchi di kiwi. Infine si è disteso con le zampe posteriori a ranocchio e il musetto appoggiato ad una delle zampe anteriori. “Bravo, così mi piaci” gli ho detto prima di rimettermi a leggere.
Ma anche stavolta Jimmy non è riuscito a rimanere fermo per più di due minuti. Ha cominciato con la tiritera di versetti e piagnistei che vogliono dire “uffa, mi sto annoiando, sono stufo, voglio giocare”. Poi è venuto verso di me cercando di mordicchiarmi una mano, per incitarmi a giocare alla lotta. Come al solito, per un paio di minuti, ho dovuto accontentarlo, tenendo sempre alta l’attenzione perché, pur essendo un cane piccolo, i suoi denti sono molto affilati. Poi dicendo un paio di volte “basta adesso”, sono riuscito a farlo smettere. Ha fatto ancora qualche passo sul tavolo, ma appena ha visto una formica ha cominciato ad inseguirla col naso. Spaventata la formica si è messa a correre di qua e di là, finché è riuscita in qualche modo a nascondersi. Quando non è più riuscito a trovarla, Jimmy si è disteso di traverso sulla mia rivista e a quel punto ho proprio dovuto smettere di leggere.
“Astolfo?” ho sentito in quel momento in lontananza.
“Sì?” ho chiesto alzando la voce.
“Vieni ad apparecchiare la tavola che fra un po’ è pronto?” ha risposto la mia compagna da dentro casa.
“Arrivo!” ho annunciato seguendo Jimmy che con un balzo era già sceso dal tavolo.

L’Ape Nelope e l’apetenfia

(Api bresciane)

Te, sai chi ho visto l’altro giorno?” chiese l’Ape Onia mentre raccoglieva polline da un fiore.
“No, chi è che hai visto?” chiese a sua volta l’Ape Pina che stava sul fiore accanto.
“L’Ape Nelope!” disse l’Ape Onia con tono da segreto.
“E chi è?” chiese l’Ape Pina dopo un attimo sopra pensiero.
“Ma come, non la conosci?” domandò stupita l’Ape Onia.
Pota, non la conosco!” confermò l’Ape Pina.
“È una smorfiosa, guarda” disse l’Ape Onia storcendo la bocca “si crede solo lei. Quando l’ho vista l’altro giorno era tutta giallina, incipriata di polline dalle antenne alle zampe che non gli si vedevano neanche più le righe nere”.
“No?! Che vergogna!” esclamò l’Ape Pina.
“Ma a parte come l’era vistida, l’ho sentita dire di quelle cose…” disse l’Ape Onia facendo roteare una zampina.
Che roba?” chiese l’Ape Pina allungando la testa verso l’amica.
“Era insieme ad altre tre o quattro, smurfiuse come lé” continuò a raccontare l’Ape Onia “e gli diceva che lei ciaveva avuto il permesso di lavorare solo sui tigli e sui fiori d’arancio”.
l’Ape Pina dopo essersi incantata a pensarci un po’ disse: “Pota ma non esistono mica i fiori di arancio qua da noi”.
Ecerto che non ci sono da noi!” esclamò l’Ape Onia “Magari parte e ce la togliamo dalle arnie” aggiunse ridendo.
“Eh sì, forse anche sensa magari” disse l’Ape Pina dopo averci pensato un attimo “perché neanche i tigli ci sono qua da noi”.
“Certo che ci sono i tigli qua da noi” disse l’Ape Onia sicura “ci ho lavorato io un sacco di tempo. Ma il problema non è quello” continuò “È che lei non vuole più lavorare ai mille fiori e al castagno”
“Perché? Ma pensa te!” disse l’Ape Pina dando un calcio ad un pistillo.
l’Ape Onia con tono finto nobile rispose: “Perché la dis che i mille fiori le rovinano il palato perché cià troppi gusti tutti insieme e il castagno l’è un pó trop amar!“.
Ah poarina!” disse ironica l’Ape Pina “cià i gusti dificili l’aprincipessa!”
“Ma dopo mi chiedo” disse l’Ape Onia dopo aver sistemato meglio il polline sulle zampe “come ha fatto questa a farsi dare solo quei fiori”.
“Eh cara… ciavrà un bel bombo che la protegge” disse l’Ape Pina dando un colpo d’antenna alla sua compagna di lavoro.
“Niente di più facile” sottolineò l’Ape Onia e subito dopo sussurrò: “Ocio che ria chel’apetenfia de la caposquadra“.
E alura? Ghif finit de ciciarà oter dò?” disse la caposquadra passando a volo lento.
E alura? Gni gni gni gna gna gna gno gno gno?” fecero in coro le due compagne ridendo sottovoce.

Sbrindolo e Rossana

Un piccolo cane di nome Sbrindolo se ne andava in giro allegramente per il mondo facendo quello che gli pareva. Beh, non proprio quello che gli pareva. Non aveva casa né famiglia, quindi ogni giorno doveva per prima cosa cercare da mangiare. Quando cambiava zona o città doveva trovare un nuovo rifugio per la notte e per ripararsi dalla pioggia e dal freddo.

Fatte queste cose, passava il resto del tempo a incontrare altri cani, dare la caccia ai gatti, cercare di fare amicizia con gli uomini e via dicendo. Era anche un cane curioso, si interessava di tutto ciò che gli sembrava nuovo. Quando da piccolo aveva visto per la prima volta le api sui fiori, si era avvicinato per capire cosa facessero. Solo che si era avvicinato un po’ troppo e un’ape infastidita lo aveva punto sul naso. Un’altra volta si era divertito molto a inseguire un topolino, senza farsi scoprire: voleva capire dove andasse così di fretta cercando di stare sempre nascosto. Alla fine scoprì che portava da mangiare a dei topolini più piccoli. Così decise che l’avrebbe aiutato. Andò da un amico che ogni tanto gli regalava una crosta di formaggio e ne portò una ai topolini. Loro furono molto felici di quel gesto e diventarono subito amici di Sbrindolo.
Un giorno passando vicino a un giardino sentì un profumo molto buono, che non aveva mai sentito. Stava andando al mercato del pesce per vedere se trovava qualche cosa da mangiare, ma la curiosità di quel profumo ebbe la meglio e quindi tornò indietro. Cominciò ad annusare in terra, lungo il muretto del giardino, attorno agli alberi del marciapiede, ma il profumo si perdeva insieme ad altri. Allora si spostò un po’ e annusò di nuovo. Finalmente trovò una buona traccia. Seguendola finì per infilare il musetto fra le maglie della rete che circondava il giardino. Lì vide una cosa nuova, molto bella da guardare, con un profumo che sentito da vicino era ancora più buono. Cosa può essere così bello e tanto profumato? Si chiese Sbrindolo. Voleva sapere, ma ciò che aveva davanti non sembrava avere la bocca per dirglielo; in effetti non riusciva a vedere neanche gli occhi. Ci pensò qualche attimo e poi provò a chiedere: “Cosa sei tu?”.
“Sono una rosa” sentì rispondere. Era una voce calma e calda e sembrava provenire proprio dal fiore che aveva davanti.
“Ma come fai a parlare” chiese Sbrindolo “che non ti vedo la bocca?”
“Parlo con il mio profumo” rispose la rosa.
“Be’ il tuo profumo è buonissimo e quindi parli proprio bene” sottolineò il cane dopo aver annusato a pieni polmoni. Poi chiese: “Ma tu ce l’hai un nome?”
“No” rispose il fiore.
Dopo averci pensato qualche secondo Sbrindolo le propose: “Visto che sei così rossa io ti chiamerei Rossana”.
“Bello! E il tuo nome qual è?” chiese la rosa.
“Sbrindolo” disse fiero il piccolo cane. Poi continuò: “Io adesso devo andare al mercato del pesce per trovare qualcosa da mangiare. Perché non vieni con me e mi fai compagnia?”
“Io non posso venire” disse dolcemente Rossana.
“Perché?” chiese Sbrindolo incuriosito.
“Io mi nutro grazie alle mie radici che sono sotto terra” spiegò la rosa “e quindi non posso muovermi”.
Il cane era un po’ deluso, ma poi disse: “Allora ci vado da solo, ma poi torno qui e stiamo ancora un po’ insieme”.
“D’accordo” disse Rossana contenta di aver trovato un amico.