nitida…

suona nitida
la campana delle sei –
un’ora avanti

L’ometto

C’era una volta un ometto che portava un paio di occhiali grandi e rotondi, con le lenti talmente spesse da ingrandire gli occhi sino a farli sembrare più grandi della testa, e talmente pesanti che per evitare che gli fracassassero il naso li teneva leggermente sollevati con un sistema di piccoli tiranti collegati alla visiera del cappello che doveva necessariamente portare sempre in testa. L’impianto certamente gli salvava il naso, ma quando cercava di immaginare cosa avrebbe visto allo specchio – che specchiarsi realmente avrebbe significato vedere da molto vicino soltanto due occhi enormi che lo fissavano – vedeva una fronte costantemente dietro le sbarre, proprio come se fosse in prigione. Restava perplesso e un po’ sconsolato di fronte a quell’immagine. Ma dopo qualche secondo, pensando che proprio non c’era alternativa, alzava le spalle, faceva un sospiro e tornava alle sue faccende.
Sin da piccolo gli avevano detto che l’unico modo per vederci bene era indossare quegli occhiali grandi e pesanti. In effetti doveva ammettere che avevano ragione, perché quando leggeva, per esempio, poteva vedere le parole chiaramente, una per una… o per meglio dire una per volta… Questo rallentava un po’ la sua lettura, ma si ripeteva che andava bene lo stesso.
Quando guardava le cose vedeva tantissimi particolari, e li vedeva distintamente, uno per uno… o per meglio dire uno per volta, e quindi gli ci voleva un po’ per capire che oggetto avesse davanti… Ma era meglio che non vederci del tutto.
Qualche problema in più si presentava quando andava a fare commissioni in giro per la città, perché è vero che vedeva nitidamente i campanelli delle case, le maniglie delle porte dei negozi, i manifesti pubblicitari grandi e piccoli, i pulsanti dei semafori pedonali, ma per il resto era come se andasse alla cieca, era tutto sfocato; tanto che inciampava ad ogni gradino che incontrava o non si accorgeva di prendere una via per un’altra. E poi quando incontrava persone che lo conoscevano doveva avvicinarsi parecchio, per vedere i dettagli del volto, solo così poteva riconoscere chi lo stava salutando.
Per questo suo avvicinarsi a pochi centimetri dal viso dell’altro, poiché voleva vedere bene il viso della persona con cui parlava, la maggior parte degli sconosciuti a cui chiedeva un’informazione, un’indicazione, indietreggiavano immediatamente o se ne andavano ancor prima che dicesse “mi scusi”. L’ometto ci restava veramente male, talmente male che doveva fare un grande sforzo per non mettersi a piangere in mezzo alla strada. Non capiva perché le persone lo scansassero in quel modo, se era per gli occhiali grandi o per i tiranti che li collegavano al cappello o per chissà che cosa. Proprio non capiva. Così riprendeva il suo percorso un po’ abbacchiato e se si era perso cercava di ritrovare la strada guardando il sole.
Un giorno l’ometto doveva recarsi dalla parte opposta della città prendendo un autobus. Non è che ne avesse grande voglia, visti i problemi che aveva. Ma era necessario e non c’era altro modo che farsi gran forza e andare. Raggiungere la fermata non fu un problema, perché era proprio sotto casa sua e da lì per fortuna passava solo quell’autobus. Quando questo arrivò, il piccolo uomo aveva appena appoggiato un piede sul primo gradino per salire quando, spintonato da un ragazzo arrivato di corsa, cadde sui gradini successivi sbattendo il mento e nell’urto perse gli occhiali e il cappello a cui erano fissati. L’autista nel vedere la scena si alzò rapido per dare una mano al caduto, ma nel momento in cui usciva dal posto di guida diede inavvertitamente un calcio agli occhiali che prima colpirono al volto l’ometto e poi rimbalzarono fuori dall’autobus andando in mille pezzi. A sentire quel rumore di vetri rotti, il malcapitato, che non si era ancora rialzato e aveva gli occhi chiusi, cominciò ad urlare e a disperarsi: “No! I miei occhiali! No! Come farò adesso a vedere bene?”. Mentre si lamentava l’autista e il ragazzo che lo aveva spintonato riuscirono a metterlo a sedere e a tamponargli il mento che sanguinava leggermente. Per tutto il tempo l’ometto non fece che piangere e ripetere le stesse frasi disperate e tenere gli occhi chiusi nonostante i continui inviti ad aprirli per capire se fossero danneggiati. Era sicuro, il poveretto, che non avrebbe visto altro che nebbia intorno a sé, altro che dettagli ben evidenti e forme sfocate! Ma alla fine si rese conto che gli occhi doveva pur aprirli per capire se erano indenni. Li aprì pian piano, sbattendo un po’ le palpebre. Quando li aprì del tutto vide di fronte a sé il volto di una donna contornato da capelli lunghi e lisci che poi si tirò dietro le orecchie. Gli disse che era un’infermiera e si sarebbe presa cura di lui. Così gli fece inclinare leggermente la testa all’indietro e mentre gli sollevava le palpebre lo invitò a guardare prima a sinistra, poi a destra, in alto e in basso. Disse che pareva tutto a posto, ma gli suggerì di fare una visita oculistica nei giorni successivi. Dopo che gli fu medicato il mento, l’ometto lentamente si alzò e scese dall’autobus. All’infermiera che si era resa disponibile per accompagnarlo ovunque dovesse andare, disse che in quel momento voleva soltanto riposare e che eventualmente poteva accompagnarlo a casa. Intanto sentì che l’autobus era ripartito e quindi disse alla donna che gli dispiaceva che l’avesse perso per causa sua. Non doveva preoccuparsi, disse lei, perché era il suo giorno libero e l’unico programma che aveva era di andare per negozi.
Fatti pochi passi sottobraccio alla donna, il piccolo uomo si fermò di botto ricordando improvvisamente che sull’autobus aveva visto immagini chiare, precise: il volto di chi ora gli era accanto, i segni dei tergicristalli sul parabrezza, la coppia di anziani seduti sui primi sedili, la faccia al contrario dell’autista, e la bocca della donna che si era aperta per rassicurarlo sui suoi occhi. Cominciò a guardarsi intorno, incredulo. Vedeva le persone che camminavano sul marciapiede, gli alberi sul ciglio della strada, i piccioni che andavano e venivano, vedeva un sacco di cose e molto nitidamente! “Ci vedo!” disse quasi sussurrando con il volto illuminato da un sorriso. “Io ci vedo!” ripeté con un po’ più di voce. “È un miracolo!” disse stupefatta l’infermiera. “No, non è un miracolo.” ribatté l’ometto. Lo avevano ingannato e lui stesso si era ingannato, continuando a credere di poter vedere il mondo solo a spizzichi e bocconi. Mentre diceva ciò si ricordò di un episodio che aveva rimosso e lo raccontò alla donna: aveva quindici anni e stava facendo una passeggiata in un parco in compagnia del suo cane, quando improvvisamente qualcuno lo aveva urtato facendolo cadere; anche in quel caso aveva perso gli occhiali, ma non si erano rotti perché caduti sull’erba; e appena rimessosi in piedi li aveva raccolti perché li aveva… visti! Subito se li era rimessi e forse perché ancora un po’ frastornato dal colpo non ci aveva pensato più.
Restò ancora qualche secondo aggrappato al braccio della donna e continuò a guardarsi intorno con una certa stupita frenesia, come se fosse la prima volta. Salutò la donna e la ringraziò per aver condiviso con lui quel momento speciale. Poi si diresse verso il portoncino di casa, ma prima di infilare la chiave diede ancora un’occhiata in giro e si disse pieno di gratitudine: “Che bello vedere il mondo… per intero!”.

Tirocinio…

Al supermercato vicino casa mia, ho preso il numero 52 mentre chiamavano il 63 del centinaio precedente al mio…
Recuperiamo il senso del “procacciarci” il cibo, con la pazienza dell’appostamento.
Per noi che non abbiamo vissuto i tempi di guerra e le tessere alimentari, è un bel tirocinio, interiore e materiale…

sms da L.T.

Sperando…

Prossimamente, in totale antitesi con l’estrema sintesi degli ultimi tempi, metterò in circolazione quattro racconti fra i più lunghi che abbia mai scritto (2013/14), sperando di essere, anche solo minimamente, utile a chi non è abituato a gestire molto tempo libero e che gli effetti si protraggano oltre i minuti di lettura.

Di che…

Potessi trovare qualcosa da fare, una qualsiasi cosa, disse lagnosa la noia.
Dammi il cambio a battere continuamente ‘sto chiodo, propose speranzosa la routine.
Fare sempre la stessa cosa?! Fossi matta, esclamò esterrefatta la noia.
Allora mi sa che matta ci diventerò io, disse quasi tra sé la routine.
Ma di cosa stanno parlando quelle due, chiese perplesso il respiro.
Ah non lo so, chi mai le capisce, rispose assorto il cuore.